Altro passaggio complicato è stato affrontare un’esperienza nuova per tutti i professionisti coinvolti: “Passare da un lavoro freelance da web designer a una visione strutturata di una azienda non è stato semplice – continua Tara – Nessuno dei nostri collaboratori aveva mai fatto qualcosa di simile: la vediamo come un’opportunità, come qualcosa che dobbiamo fare tutti insieme. È spettacolare, molto difficile ma allo stesso tempo affascinante: è la cosa che preferisco di questa esperienza”.
Anche la scelta stessa dei collaboratori non è stata una passeggiata: “Non basta scegliere i professionisti più qualificati – precisa – Bisogna scegliere le persone giuste per comporre un team: i professionisti davvero validi sono difficili da trovare, ma bisogna anche avere il coraggio di non tirarli a bordo a tutti i costi se, in quel momento, quella figura non è davvero utile ai fini del progetto”. Il risultato è uno strano equilibrio tra sviluppatori e comunicatori, con cinque developer impegnati nella crescita del pacchetto software e altrettanti esperti di comunicazione e customer support che portano avanti una filosofia di apertura verso la rete e le sue richieste.
Se poi, come in questo caso, la composizione della squadra è – se non originale – quantomeno insolita, insolito deve essere anche il metodo utilizzato per selezionarne i componenti: “Abbiamo provato con tutti i canali possibili – ricorda Kelly – Abbiamo messo degli annunci su alcune bacheche gratuite che hanno dato buoni frutti: in un caso cercavo una persona in particolare (non vi dirò mai chi è), e ho adottato una strategia specifica attraverso vari social network per fargli notare Passpack e convincerlo a lavorare con noi”.
Ma perché poi complicarsi la vita e lavorare in Italia e non altrove, magari nella Silicon Valley dove tutto è più semplice per una startup? “Passpack è nato in Italia – chiarisce a Punto Informatico Kelly – e attorno al progetto è nato un bell’entusiasmo del mondo business”. Senza contare, continua Tara, che nel Belpaese c’è qualcosa che non si sarebbe potuta trovare altrove: “La mia personale opinione, di una statunitense che è qui da 12 anni, è che lo sviluppatore italiano sia molto creativo: il team di Passpack è formato da professionisti di altissimo valore, che non troveremmo così facilmente all’estero”.
Allo stesso modo, la scelta di Roma come base per le operazioni è casuale fino a un certo punto: “I nostri investitori sono tutti distribuiti tra Milano e l’Emilia Romagna. Ma – prosegue – in Italia le distanze sono brevi, stare qui e non altrove non è un problema. In futuro si pensa all’idea di aprire un ufficio nel Regno Unito, per tentare di raccogliere altri capitali, ma le operation di Passpack resteranno a Roma visto che Passpack è e resta un’azienda italiana”. Tanto più, ci spiega, che in altre location in Asia o negli USA dove i finanziamenti non mancherebbero, una piccola realtà come Passpack rischierebbe di non riuscire a far sentire la sua voce.
Dalle parole di Tara traspira, comunque, una certa soddisfazione e una certa euforia per quanto accaduto negli ultimi giorni: “Siamo nel caos, stiamo rilasciando il nostro primo pacchetto commerciale: ho un sacco di gente attorno che corre avanti e indietro per verificare che tutto funzioni a dovere”. Lo sviluppo, racconta, non si è fermato: al momento all’applicazione manca una funzionalità che dovrebbe essere inserita a breve, vale a dire la possibilità di consentire agli utenti di condividere le password e le credenziali di accesso ad un dominio. Una funzionalità giudicata essenziale per completare l’offerta commerciale.
“Entro la fine dell’anno puntiamo a integrare lo sharing nel primo pacchetto – racconta a Punto Informatico – A seguire, contiamo di rilasciare gli altri pacchetti commerciali entro due e quattro mesi”. Nei suoi progetti, rivela Kelly, c’è anche l’intenzione di allargare la squadra di Passpack: “In un mondo ideale, avremmo bisogno di altre due persone che si occupino dello sviluppo e due che si occupino della comunicazione”. Il tutto senza affrettare i tempi: “Il codice della nostra applicazione è talmente critico che non ci si possono permettere errori. Il team di sviluppo – conclude – deve essere molto compatto e coerente”. Per crescere ci sarà sempre tempo.
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